la nostra storia

parrocchia

La Chiesa di san Martino ai Cipressi

Dire con esattezza quando fu costruita è difficile, perché fino dalla sua origine ebbe un’importanza limitata di fronte ad altre Chiese più ricche di opere d’arte e più ricordate per fatti notevoli collegati al loro nome ed alla loro stona. Possiamo però con certezza asserire che la chiesa è antichissima.

In alcuni documenti dell’opera di S. M. del Fiore raccolti dal Lami troviamo rammentata la Chiesa in una bolla di papa Adriano IV dell’anno 1156 con la quale conferma ad Ugone piovano di S. M. All’Impruneta varii possessi tra cui «Ecclesiam Sancti Martini de Strada cum omnibus pertinentiis suis.» Nell’anno 1286 era parroco di S. Martino un don Alessandro « Dominus Alexander, Prior Ecdesiae Sancti Martini ad Stradoni pro se et Capitalo suo » così è notato in un elenco di tutto il clero fiorentino fatto in detto anno.

La chiesa doveva essere allora di piccole proporzioni isolata in mezzo ai folti boschi di quercia e di cipressi, sufficiente all’esiguo numero di abitanti appartenenti alla parrocchia. Era formata da un semplice rettangolo di mura a filaretto, coperta da tettoia a cavalletti. Nonostante le subite variazioni conservò sempre il carattere delle Chiese del XI e XII secolo fino al 1600 che segna la data della sua completa trasformazione. Si separò allora con un arco di brutta forma il corpo della chiesa del presbiterio e l’altar maggiore quattrocentesco fu tolto per dar posto ad un altro più grande di stile Barocco con ornamentazioni architettoniche di cattivo gusto che inquadravano una tela di mediocre fattura rappresentante S. Martino, Patrono della chiesa. Furono coperte le pitture murali sulle quali si sovrapposero dei quadri in tela, uno raffigurante la Vergine del Rosario eseguito da Lorenzo Lippi nell’anno 1658, l’altro la Sacra famiglia di autore ignoto. Il palco a cavalletti coperto da stuoie e la facciata intonacata a calcina, finirono per togliere alla chiesa il suo carattere primitivo.

Così rimase fino al 18 Maggio 1895 giorno in cui un forte terremoto, la rovinò quasi interamente. Nella riparazione dei guasti, per incuria di chi sovraintendeva ai lavori furon commessi errori molto più dannosi di quelli causati dal tempo e dal terremoto. Furon distrutti i vecchi affreschi e sciupato l’intonaco che nascondeva tesori d’arte. La facciata che poteva essere ricostruita secondo il primo stile fu trascurata e nella chiesa si ebbe solo il vantaggio, dopo la caduta della stoia, rivedere il vecchio palco a cavalletti.

Da quando fui nominato Parroco di San Martino la Chiesa è stata in più volte completamente restaurata e arricchita di pregevoli opere d’arte.

Nel Luglio del 1910 sulla scorta di alcuni documenti esistenti nell’archivio parrocchiale, rimisi in luce il frammento dell’affresco « l’Annunziazione » restaurato dall’Ufficio delle Belle Arti in Firenze e attribuito erroneamente alla scuola del Beato Angelico.

Nel 1919 fu rifatto l’impiantito policromato, il soffitto e la Chiesa corredata dall’altare in memoria dei caduti in Guerra arricchito con una magnifica tela di Alfonso Hollaender.

Nel 1926 fu demolito nella Chiesa quanto deturpava l’antica sua austerità e semplicità e con importanti e radicali lavori essa riacquistò la primitiva fisonomia. Sul nuovo altar maggiore quattrocentesco fu posta una bella tavola del Verrocchio concessami in custodia dalle R. Gallerie di Firenze. Furon riaperte le antiche finestre, costruita la balaustrata, e restaurato il tabernacolo per l’Olio Santo, lavoro in pietra di buona fattura e ben conservato. In occasione di questi ultimi restauri fu scoperto un altro frammento di affresco rappresentante San Martino a cavallo, che dona metà del mantello al povero che gli chiede la carità. Opera anche questa di discreto valore ma in cattivissimo stato di conservazione.

Esternamente è stata rimessa in luce la pietra a filaretto che fin qui era coperta da intonaco. Appoggiata alla facciata della Chiesa fu costruita dalla munificenza del Sig. Pampaloni un’elegante loggetta, che con la purezza dello stile e la semplicità della linea forma con il campanile restaurato un complesso architettonico armonioso e suggestivo.

 

Sac. BARTOLUCCI ALCIBIADE

COMPAGNIA

Notizie Storiche della Vener. Compagnia di San Martino a Strada

Da uno scritto diffuso in occasione delle celebrazioni del IV centenario della Fondazione della Compagnia (1534 – 1934).

Come in tutte o quasi tutte le parrocchie anche a S. Martino a Strada esisteva una Compagnia, la quale aveva per titolo « Compagnia del SS. Sacramento e della Natività di Maria Santissima ».

Il suo fine, secondo gli antichi capitoli è l’onore di Dio nell’esercizio della orazione e della carità.

Celebrandosi il IV Centenario della fondazione della Ven. Confraternita, sicuro di far cosa grata ai miei parrocchiani e specialmente ai fratelli e sorelle che formano la Compagnia di oggi, ho voluto ricercarne l’origine, parlare del suo sviluppo e delle varie vicende che hanno accompagnato la sua esistenza.

Da alcuni scritti, che si conservano nel R. Archivio di Firenze e da antiche memorie che si trovano nei vecchi libri di Compagnia, appare che prima dell’anno 1400 esisteva nel popolo di S. Martino a Strada, piviere di Impruneta, contado di Firenze, una società di uomini che si adunavano nella chiesa parrocchiale, e facevano in comune le loro preghiere davanti all’affresco (l’Annunziazione della Vergine) di cui anche oggi si ammira ben conservato, un pregevole e interessante frammento.

La Compagnia ebbe però la forma ufficiale il 13 Maggio 1534. Il 25 Giugno dello stesso anno erano già compilati i Capitoli o Costituzioni della nuova Confraternita.

L’indole delle pubblicazioni e il poco spazio disponibile non mi consentono di parlare dettagliatamente dei singoli e interessanti capitoli, che formano il suo statuto, il quale in diversi articoli, racchiude le regole che ogni fratello è tenuto a seguire per raggiungere la propria santificazione per essere di esempio e di utilità al prossimo.

La carità, base e fondamento di queste nostre vecchie e gloriose istituzioni, si traduceva in opere di assistenza e di beneficenza pubblica, e quello che nel corso dei tempi fu fatto a mezzo delle Società di Mutuo Soccorso e che oggi, in più larga misura vien fatto dalle Opere Assistenziali, lo facevano allora le nostre Compagnie.

Un anno dopo la fondazione, per l’aumentato numero dei fratelli, si sentì il bisogno di avere un locale più libero e di una certa ampiezza, dove con maggiore indipendenza e con maggiore comodità, si potessero fare le adunanze ed attendere a quelle pratiche di pietà volute dal regolamento. Si conserva ancora nell’Archivio Parrocchiale la copia del contratto col quale il parroco di allora, Messer Antonio de Gherardini, da e concede alti prudenti uomini di detta Confraternita un appezzamento di terreno di braccia 25 per lunghezza e 8 per larghezza per costruire, appoggiato al lato Nord della Chiesa il locale attualmente esistente.

Con rescritto dell’Ill.mo e Rev.mo Dottore Antonio De Pitti Vic. Gen. di Monsignor Andrea dei Bondelmonti, Arcivescovo di Firenze, le costituzioni furon riconosciute lodevoli e non contrarie ai Sacri canoni e perciò approvate e confermate in omni meliori modo e fu comandata la loro osservanza non però sotto pena di peccato grave.

Tale rescritto porta la data 14 Agosto 1535 ed è sottoscritto da Raphael Baldesi Not. Pub. Floren.

II 20 Luglio 1619 con un nuovo contratto di cui conservasi copia in Compa il parroco D: Carolus concedeva un pezzo di terra soda e incolta di braccia 8 di lunghezza e braccia 8 di larghezza, contiguo a detta Compagnia e alla stanza chiamata il Rifittolio ad effetto di accrescere detta stanza per non esser di presente capace alla quantità degli uomini e persone di detta Compagnia e non per altro effetto.

Il contratto che è scritto in latino fu stipulato in Firenze nel palazzo Arcivescovile presenti come testimoni Gabbriello di Raffaello de Bacci e Lodovico di Sebastiano Guidi.

Il popolo di S. Martino contava allora circa 450 abitanti, i quali dai 18 anni in avanti; uomini e donne, appartenevano nella quasi totalità alla Compagnia. Al crescente numero dei fratelli, in un periodo così critico per la Chiesa, corrispose una notevole diminuzione del primitivo fervore.
La compagnia divenuta centro di ogni movimento politico e ricreativo parrocchiale, celebrava le sue feste con banchetti e divertimenti del tutto profani, offrendo così cattivi esempi all’intera popolazione. Le adunanze che si facevano anziché essere inspirate a principi di vera carità fraterna finivano spesso in seri e riprovevoli litigi. L’autorità del Parroco era del tutto scomparsa e non s’intese più di essere da lui dipendenti e guidati.

Furono insomma tali e tanti gl’inconvenienti e gli abusi che si verificavano, non solo nella nostra, ma in quasi tutte le Compagnie, che il Granduca Pietro Leopoldo con sua ordinanza del 21 Marzo 1785 comandò la soppressione di tutte le Compagnie, Centurie, Confraternite di qualunque nome e natura esse fossero e proibì qualunque loro adunanza. Ordinò peraltro con lo stesso editto, che in tutto il Granducato in ogni parrocchia di Città e di Campagna col 1° Maggio dello stesso anno si ricostituisse una sola Compagnia, la quale rimanendo alle dipendenze immediate del Parroco che ne sarebbe il correttore, esercitasse con vero spirito di religione, tutti quegli atti di Carità ai quali s’inspiravano le antiche Confraternite. Egli stesso dettò i Capitoli e ne comandò l’osservanza.

Anche la nostra compagnia fu soggetta a tale provvedimento, e non sappiamo con precisione, come e quando fosse ricostituita. È certo che nel 1791, sei anni dopo la generale soppressione delle Compagnie, il Sac. Giovanni Corsi parroco allora della Chiesa di S. Martino, compilò i nuovi capitoli servendosi come base di quelli già emanati dal Granduca Pietro Leopoldo. Nell’archivio parrocchiale si conserva ancora la copia dei sopra citati capitoli e del rescritto di approvazione firmato da Pompeo da Mulazzo Signorini della Segreteria del R° Diritto di Firenze in data 30 Luglio 1791.

Con altro firmato dall’Archivista della Segreteria del R. Diritto di Firenze in data 10 Marzo 1792, vien concesso il permesso per l’uso della Buffa (o cappuccio) ai fratelli della Compagnia del SS. Sacramento e Natività di Maria SS.mo della Chiesa di S. Martino a Strada.

Da questo periodo fino ad oggi potremmo seguire giorno per giorno le vicende che hanno accompagnato la nostra Compagnia in questo secolo e mezzo di vita.

Nel libro dei ricordi e partiti che incomincia dal 6 Marzo 1795, sono registrate tutte le adunanze che si sono fatte per l’accettazione di nuovi fratelli, per decidere sulla opportunità di partecipare a processioni o a feste religiose e anche per approvare o no certe spese per restauri o per l’acquisto di qualche oggetto destinato al culto. Per non abusare di troppo della pazienza del benevolo lettore, mi limiterò a far vedere succintamente come la Compagnia di S. Martino anche in questo non breve spazio di tempo, corrispondendo al suo primo programma, procurò l’onore d’Iddio nell’esercizio dell’orazione e della carità ».

Guidati dallo zelo del Correttore e Parroco Don Giovanni Corsi, della cui attività restano ancora segni non dubbi nella nostra Chiesa, una più fervida religiosità si rivelò nei fratelli. Si conserva ancora un piccolo manuale scritto a mano dal sullodato priore nell’anno 1796, con le preci e il regolamento per il Governatore di Compagnia. Vi è scritto pure la formula con la quale il Governatore uscente dà le consegne al nuovo. Cerimonia che si celebrava ogni anno, con tutta Solennità, nella III Domenica di Settembre. Le parole che accompagnano la rinunzia e l’accettazione della nuova carica, bastano per dirci lo spirito di religione da cui erano animati i nostri antichi confratelli. La loro assidua frequenza ai Sacramenti nelle principali festività dell’anno e nelle tornate mensili, l’osservanza più scrupolosa delle leggi di Dio e della Chiesa, produssero frutti salutari e benefici nel popolo nostro.

Fu in questo tempo che si volle celebrata, in parrocchia, con grande solennità la festa del Corpus Domini, e perché la processione del SS.mo Sacramento, con la quale si chiudeva la giornata, riuscisse più dignitosa e solenne, nel 1836 fu fatto il nuovo baldacchino, l’ombrellino e fu restaurato tutto ciò che per tale cerimonia è necessario. Fu ripristinato l’uso di andare processionalmente in un giorno delle feste Pasquali, alla Chiesa di S. Piero a Ema, per adorarvi Gesù sacramentato esposto in occasione delle 40 ore.

Per antichissimo privilegio spetta al Parroco di S. Martino, l’onore di scoprire il SS.mo Crocifisso, che si venera nella Chiesa di S Cristofano, a Strada. Nel citato libro dei ricordi son descritte dettagliatamente le processioni del 19 Sett. 1819 del 15 Agosto 1844 del 26 Sett. 1869 e quella del 1894.

Sempre, il buon popolo di S. Martino, seguendo l’esempio della Compagnia, ha partecipato a questa festa con entusiasmo e con sincera fede. Dell’ultima processione, 27 Agosto 1933, con cui il nostro popolo e la nostra Compagnia presero parte all’inizio delle feste che il paese di Strada celebrava in onore del suo Crocifisso, rimarrà grato ricordo e per il numero grande dei partecipanti e per la loro esemplare devozione.

Né minore pietà dimostrò la nostra Compagnia verso la Vergine Santissima. Nella Domenica in Albis i fratelli si recavano processionando alla Chiesa della SS. Annunziata in Firenze per fare l’offerta di un barile d’olio. Oltre alla consueta processione solita farsi ancora ogni anno a S. Cristina e all’Impruneta sappiamo che la nostra Compagnia partecipò sempre numerosissima a tutte le processioni e feste straordinarie, con le quali l’Impruneta ha voluto onorare, nei secoli la prodigiosa Immagine.

Gli scarsi risparmi disponibili furon sempre adoperati in opere di beneficenza e in restauri al locale ed alle suppellettili della Compagnia.

Nel 1842 si fece una nuova coltre ed è quella che oggi si adopra per il trasporto dei defunti a carità.

Nel 1849 fu restaurata completamente la Compagnia, stoiato a centina il soffitto, rifatto l’arco di materiale e più tardi corredata di un altare di marmo e ridotta allo stato in cui anche oggi si trova.

Nel 1853 fu fatto il nuovo Fusciacco, il quale restaurato nel 1903 si è adoperato fino a che non è stato sostituito dall’altro più ricco ed artistico inaugurato l’anno scorso in occasione della Sacra Visita.

Nel 1893 fu fatta una nuova e più ricca coltre per il trasporto dei fratelli e delle sorelle defunte.

Nel 1895 per iniziativa ed a spese della Compagnia incominciò la costruzione delle Cappelle nel nostro Cimitero, avendo in mira di cedere a prezzi ridotti e con utile molto limitato, i posti distinti.

Con la pietà verso Dio e la Vergine aumentò sempre più nelle nostre file lo spirito di carità verso il prossimo. Oltre al trasporto dei defunti, se ne curava la sepoltura e con suffragi e celebrazioni di S. Messe si ricordavano, come anche oggi si ricordano i confratelli e le consorelle defunte.

Quando nel 1856 il colera portava in paese e nelle nostre ridenti colline la desolazione e la morte, i nostri fratelli animati da uno zelo che raggiunse talvolta l’eroismo non rifiutarono mai la loro opera pietosa per il trasporto e il seppellimento dei colerosi. Il parroco di allora Don Ferdinando Gherardi, in una sua memoria, nella quale ricorda il terribile flagello, ci fa sapere che nel popolo nostro che contava appena mille abitanti, più di 60 furono le vittime, delle quali la maggioranza fratelli della Compagnia.

Non so quanto potranno interessare queste brevi e talvolta minuziose notizie che con paziente amore sono andato cercando.
Mi è sembrata degna di ricordo la vita quattro volte centenaria della nostra Confraternita e per noi motivo di legittima esultanza sapere come Essa abbia potuto sopravvivere così a lungo difendendosi contro le insidie del tempo e contro i nemici della Religione e della Chiesa.

Voglia il cielo che noi figli superstiti, emulando la virtù dei padri, possiamo, con la santità della vita e l’onestà delle opere, renderci degni dei loro esempi per il trionfo della Religione e il bene della Patria.

Sac. BARTOLUCCI ALCIBIADE Parroco

tabernacoli

Sono 7 – 8 questi luoghi, cari un tempo alla devozione popolare e che, per esempio, in quaresima, visitiamo regolarmente per andarci a pregare con il popolo santo di Dio.

Il territorio della parrocchia, tanto declamato, l’abbiamo fatto diventare solo la chiesa, l’edificio in muratura ma, la fede del popolo cristiano – per buona Grazia di Dio – aveva ben altro respiro.

Qualcuno parla di devozioni o, peggio, di superstizioni.

Il fatto è che un territorio e un popolo …. sono sempre molto di più di ciò che ci riesce di contare con i censimenti ….

Don Umberto

Storia dei Tabernacoli del Territorio di Bagno a Ripoli

Uno strumento prezioso per individuare nel tempo la collocazione dei tabernacoli sul territorio è rappresentato dalla mappatura dei dintorni di Firenze che alla metà del XVI sec. fu rilevata dalla Magistratura dei Capitani di Parte Guelfa. I tabernacoli hanno avuto nel tempo il compito di delimitare i confini delle parrocchie, di segnalare la presenza di ospizi e ricoveri per i pellegrini, di offrire riparo all’interno della nicchia, talvolta grande, o sotto la tettoia, ai viandanti ed anche ai contadini sorpresi dal maltempo.

https://blog.andrearontini.it/tabernacoli-a-bagno-a-ripoli-fra-bellezza-incuria-e-solitudine/

Tre, fondamentalmente, sono i Tabernacoli di maggior interesse, della Parrocchia di san Martino dove, nel mese di Maggio – in particolare – il popolo si reca in pellegrinaggio, per la recita del rosario.

La Madonna del Buon Viaggio

Il dipinto si trova all’interno di un tabernacolo collocato al sesto chilometro della via Chiantigiana, poco oltre l’abitato di Grassina. All’interno della nicchia, che si trova sull’angolo della strada che porta all’antica chiesa di San Martino ai Cipressi, si vede l’affresco della Madonna con il Bambino che dorme dentro il cappuccio del mantello. Intitolando l’opera “Madonna del Buon Viaggio”, Pietro Annigoni, che era anche un buon camminatore, intese probabilmente fare un augurio a chi si metteva in viaggio verso il Chianti. Maria è rappresentata mentre ha deposto a terra la fiasca dell’acqua, il bastone da pellegrina e i suoi poveri panni, per riposarsi un po’, quasi a ricordare la funzione degli antichi spedali che, in prossimità delle chiese, offrivano ricovero ai pellegrini.
L’opera, realizzata in occasione dell’Anno Mariano 1954, fu eseguita su malta distesa sopra a delle tegole dell’Impruneta legate insieme con filo di rame nello studio del Maestro in Borgo degli Albizi, a Firenze, e solo successivamente venne trasportato a Grassina e collocato nell’edicola.
Per il colore oro delle aureole Annigoni usò una tecnica antichissima: aglio macerato in un pesto e mescolato a orina e a bolo.

Fonte: I Ponti n. 5 marzo-aprile 2018 – di Stefano Binazzi – 21 Maggio 2018 di MAURIZIO BASSETTI

Tabernacolo di Santa Brigida

Tabernacolo sulla strada di Via S. Martino accanto alla villa Mascagnolo o il Tagliolino già dedicato a Santa Brigida . Rifatto nel 1789 in sostituzione di altro molto antico andato in rovina.

L’epigrafe recita che l’edicola era andata in rovina e che è stata rifatta da Benedetto Mascagni “per non perderne la memoria”.
L’Edicola si trova sulla via che da Grassina sale verso la Chiesa di S.Martino a Strada.

L’antica toponomastica del territorio riporta ancora il nome di “ospedale” per la zona prospicente la Chiesa di san Martino.

Proprio la dove sorge adesso la Villa il Mascagnolo, nei pressi del Castello di Montauto, lungo una delle tante direttrici che confluivano sulla via Francigena, sorgeva un ospizio gestito dai monaci benedettini della Badia Monte a Scalari.

IlTagliolino — ovvero il Mascagnòlo:

tratto da: IL COMUNE DI BAGNO A RIPOLI – parte I, Anno 1889, volume X, ediz Polistampa, FI 2009

Villa Bellucci-Mascagni nella Contrada e Parrocchia di San Martino a Strada nel Comune del Galluzzo, posta al numero civico 17, sulla Strada di San Martino, alla distanza di circa chilometri 0,600 dalla Chiesa par­rocchiale di San Martino a Strada, 1,750 dal Borgo di Grassina, 3,550 dal Borgo del Ponte a Ema, 5,500 dalla Piazza e Chiesa della Badia a Ripoli, 6,350 dal Borgo del Bandino confine con Firenze, 7,550 dal Borgo della Colonna di Ricorboli, e 8,600 dalla Porta San Niccolò a Firenze.

Al Gonfalone Leon Nero dell’anno 1774, nel Catasto descrittivo del­l’anno 1776, e nell’Arroto dell’anno 1842 di numero 26, questa Villa è cosi indicata: «podere posto in luogo detto il Tagliolino, con Casa da Padrone e da lavoratore»; e sulle Mappe e Campioni del Catasto Stabile del Comune del Galluzzo, la Villa in subietto è rappresentata in Sezione D, alle particelle di numero: 87, la Villa, e del prato quale resta.

È situata sopra un poggetto di forma conica, che sorge dalla Vallecola del Grassina e che prospetta il poggio simile di forma, dov’è il Castello di Montaguto o Montauto;  si compone di due piani, e di numero …, stanze, alcune della quali sono adorne di pregevoli affreschi decorativi del Terreni; e il nome di Mascagnolo, che oggi gli viene dato, gli deriva dalla Famiglia Masca­gni, che la possedè dal 1788 al 1841, e dalla quale pervenne per eredità negli attuali proprietari Bellucci-Mascagni.

Il Cav. Carocci nella sua Guida Storico-Artistica del Comune del Galluzzo, ci dice che la Villa suddetta era in antico un possesso della famiglia Bartoli, che abitava in Firenze nella Via del Moro. Si chiamavano i Bartoli-Agorai, da uno di loro che esercitava tale arte, Gonfalone dell’Unicorno. Vennero a Firenze da Brescia, e nel Governo popolare fiorentino conseguirono dal 1345 al 1531, sei volte il Sommo-Magistrato di Gonfaloniere di Giustizia, e qua­rantotto volte il Priorato di Libertà. Il primo ad ottenere il Priorato di Libertà fu Bartolo di Tommaso, Agoraio, nel 1345; e l’ultimo fu Cosimo di Cosimo di Matteo Bartoli, che l’ottenne nel 1531.

Il Gonfalonierato di Giustizia si conseguì: da Mario di Tommaso Bartoli nel Novembre 1416, quando dalla cristianità si attendeva l’esito del Conci­lio-Ecumenico di Costanza, che doveva por fine al grande scisma d’occidente, colla deposizione dei tre Papi contemporanei Giovanni XXIII [sic!], — Gre­gorio XII, — e Benedetto XIII; — esito che si ottenne nel successivo anno 1417, per la rinunzia o per la deposizione dei Papi stessi, e colla nomina del Sommo Pontefice Martino V. Il secondo della famiglia Bartoli ad ottenere il Gonfalonierato di Giustizia, fu Carlo di Tommaso, che lo conseguì nel Luglio 1429, e sotto il suo governo dai Fiorentini si fece tregua per cinque anni con la Repubblica di Genova. Terzo Gonfaloniere di Giustizia della fami­glia Bartoli fu Leonardo di Marco di Tommaso, che l’ottenne nel marzo 1439, ed al suo entrare in carica venne la notizia della defezione del Malatesta dal soldo dei Fiorentini, e della di lui unione con Niccolò Piccinino, generale del­l’esercito di Filippo Maria Visconti Duca di Milano. Nel Luglio 1447 e ottenne lo stesso Sommo potere Giovanni di Domenico di Tommaso, che fu il quarto Gonfaloniere di Giustizia di casa Bartoli, e durante il suo governo gli Aragonesi (Ghibellini) occuparono il Castello di Cennina nel Valdarno di Sopra, nel dominio fiorentino; e Guidantonio Astorre Manfredi defeziona­rono dal soldo dei Fiorentini, e passarono a quello del Duca di Milano. — Quinto Gonfaloniere di Giustizia di casa Bartoli, fu Cosimo di Matteo di Marco, che l’ottenne nel Luglio 1481, e sotto il suo governo i fiorentini die­dero aiuto al Re di Napoli per la guerra d’Otranto; e finalmente sesto ed ultimo Gonfaloniere di Casa Bartoli fu Domenico di Giovanni di Domenico, che l’ottenne due volte, cioè nel Marzo 1488, e nel Luglio 1497.

Era loro la Cappella e Sepoltura nella Chiesa d’Ognissanti a Firenze, che resta accanto all’altare grande dal lato del Campanile, sulla quale si legge: «Sepoltura Marci, et Dominici, et Bartoli quondam Tommi: de Bartolis»; e fu loro Arme gentilizia «un campo diviso in traverso sghembo dentato, dorato a destra di chi guarda, rosso a sinistra, con due stelle contrarianti i colori dei campi».

Appartenevano alla stessa famiglia: il Beato Andrea Bartoli, Domenicano, morto nel 1336; il Padre Marco Bartoli, Generale della Congregazione dei Vallombrosiani; non che il Teologo Cosimo Bartoli, Proposto di San Gio­vanni in Valdarno di Sopra. Questo distinto e dotto ecclesiastico fu uno dei fondatori in Firenze della celebre Accademia degli Umidi ed uomo versa­tilissimo in ogni genere di scienza. E neppure doveva essere inadatto agli affari politici, come ne è prova l’averlo il Granduca Cosimo I mandato Ambasciatore alla Repubblica Veneziana. Tradusse l’Architettura di Leon Battista Alberti, e vi aggiunse i Discorsi: Firenze 1450; scrisse la Vita dell’Imperatore Federigo Barbarossa: Firenze 1559′, Scrisse i Discorsi Universali: Venezia 1569, e Genova 1582; — fece Orazioni Funerali, nella morte degli Scienziati e suoi colleghi nella suddetta Accademia degli Umidi, Dott. Carlo Lenzoni, e Pier Francesco Giambullari; aggiustò, riaccomodò, e fece stampare i Sette Libri della Storia d’Europa di quest’ultimo, restati imperfetti per l’intempestiva morte dell’autore; scrisse una Lezione sopra Dante Alighieri, che trovasi nelle Lezioni raccolte dal Dori: Firenze 1547; fece i Ragionamenti Accademici, sopra alcuni luoghi difficili del Dante, con alcune invenzioni e significati: Venezia 1567; scrisse del modo di misurare le distanze, le superfici, i corpi, le piante, le province le prospettive, e tutte le altre cose terrene, che possono occorrere agli uomini, secondo regole di Euclide e degli altri più lodati Scrit­tori: Venezia 1589; fece stampare gli Elementi del parlare Toscano compo­sti da suo fratello Giorgio Bartoli, e vi aggiunse la Lettera 15 Settembre 1584, di dedica dell’edizione a Lorenzo Giacomini; tradusse il Libro di Boezio, Della Consolazione della Filosofia: I Firenze 1551; e compose le Lettere dedi­catorie di altri discepoli. Era Cavaliere dell’Ordine Equestre regnante di Malta, e suo fratello Jacopo era cavaliere dell’Ordine Toscano di Santo Ste­fano Papa e Martire. Un ramo della famiglia Bartoli si stabilì in Francia, ed ebbe la Signoria di San Bonetto.

Dopo i Bartoli la Villa del Tagliolino passò nei Biliotti, dei quali si parla nella Contrada di Vicchio di Rimaggio, tra i ricordi relativi alla Villa chiamata da essi anche al presente il Biliotto, posseduta dal Cav. Rodolfo Shneiderff. Bene­detto Biliotti vendé il 17 Luglio 1551 la Villa in subietto a Bastiano di Zanobi Ciaini da Montauto; e di questa famiglia Ciaini si parla in questa stessa Con­trada, tra i ricordi relativi alla Villa o Castello di Montauto o Montaguto.

Come si è detto in quella sede, nel 1570 i Ciaini fallirono, e dai Sindaci di quel fallimento la Villa del Tagliolino fu venduta a Giovanni di Messer Agnolo Niccolini, dei quali pure si parla in questa Contrada tra i ricordi della suddetta Villa di Montauto, e nella Contrada della Badia a Ripoli tra i ricordi relativi alla Villa del Bandino. Nell’anno 1598 i Niccolini la rivenderono a Niccolò d’Jacopo Del Rosso, della di cui famiglia si dice nella Contrada di Vic­chio di Rimaggio, tra i ricordi della rammentata Villa detta il Biliotto.

Niccolò Del Rosso maritando nel I634 la propria figlia con Giovan Battista Landini gli assegnò in Dote fino alla concorrenza di Ducati 1510; pari a italiane lire 8.878,80, una parte della Villa e podere del Tagliolino, e vende l’altra parte di quel possesso a detto suo genero per Ducati 490, pari a italiane Lire 2.881,20. Questi Landini non si devono confondere con i Landini detti dei tre pesci dalla loro arme formata di «Tre Pesci d’argento in ruota nel Campo Azzurro»; né con i Landini chiamati i Landini del Gatto, perché avevano per arme «Un Gatto nero rampante in campo bianco», giacché l’arme gentilizia dei Landini, nella di cui famiglia entrò la Vittoria di Niccolò Del Rosso, si com­poneva di «Una piramide di sei monti d’oro, con tre rami d’albero al naturale, in campo turchino».[1]

Questi Landini proprietari della Villa del Tagliolino, erano originari di Pratovecchio nel Casentino, e gli appartiene quel Francesco d’Iacopo dipintore, detto il Cieco, il quale, benché cieco, fu peritissimo nella poesia e talmente eccellente nella musica, che il Re di Cipro volle in Venezia coronarlo solenne­mente d’alloro. Fu inoltre famoso fabbricatore di organi e di altri musicali istrumenti, come si rileva dalla Vita che ne scrisse Filippo Villani dal quale sap­piamo pure che Francesco Landini detto il Cieco, morì nel 1390.

Abbiamo detto che questo Francesco Landini era figlio di Jacopo dipintore; dobbiamo ora aggiungere che questo dipintore è quell’Jacopo da Pratovecchio, che il Vasari annovera tra i Pittori illustri. Esso fu discepolo di Taddeo Gaddi, il quale si incaricò di ammaestrarlo, allorché lavorando nel Convento della Verna, gli fu presentato dal Guardiano e grandemente raccomandato. E tal­mente valse a Jacopo Landini la Scuola del Gaddi, che in breve giunse a dar saggio di valente pittore; tanto che gli vennero affidati importantissimi lavori in Firenze ed in Arezzo, nella qual’ultima città ebbe pure occasione di dar prova del suo sapere in architettura, col condurre le acque e formare quella Fonte sotto le mura della città, che allora si chiamò la Fonte Guizzanelli, ed ora si dice la Fonte Veneziana.

Ma chi veramente ha reso illustre questa casata è stato Cristoforo di Bar­tolomeo di altro Cristoforo Landini, nato in Firenze nel 1434, e morto nel 1504 al Borgo alla Collina nel Valdarno Casentinese, parrocchia di San Donato Piviere di Romena, nell’odierno Comune di Castel San Niccolò, in un pos­sesso donatogli dalla Repubblica Fiorentina in benemerenza delle sue fatiche spese a vantaggio dello Stato; ed il Cadavere del quale grand’uomo, sebbene non imbalsamato, si conserva nella Chiesa di detta Parrocchia assentito ed incorrotto,[2] secondo ne scrive il Repetti, in un ignobile cassone fuori di un nobilissimo cenotafio[3] che nei primi del 19° secolo fece erigere il Cardinale Depuoj, per riporvi i resti mortali di quel famoso Cavaliere-Fiorentino; e il Vasari ce ne ha tramandato il ritratto in uno degli affreschi pregevolissimi di Palazzo Vecchio nel quale si vede effigiato Lorenzo de’ Medici detto il Magni­fico, circondato da distinti letterati dell’epoca; e Cristofaro Landini è appunto quello uomo vestito di rosso, che tiene nelle mani un Globo e le Seste. Cri­stoforo Landini edificò in Firenze un vasto casamento, nel Corso dei Tintori, che è quello oggi abitato dal Marchese Guasconi.

Bernardo figlio del suddetto Cristoforo Landini fu dei Priori di Libertà nel 1536, e morì ultimo del ramo di questa casa ascritta alla cittadinanza fioren­tina, non avendo avuto prole legittima da Maria di Alessandro Caccini che sposò nel 1532. Ebbe per altro una figlia naturale in Lucrezia, che sposando nel 1535 Vincenzo del Zaccaria, ereditò i beni paterni.

La famiglia Landini però sussiste tuttora per essersi diramata parecchie generazioni prima che avesse i natali il celebre Cristoforo. E ad uno di questi rami appartiene Taddeo Landini, scultore fiorentino, morto verso l’anno 1594. Entrò in Roma nei tempi di Papa Gregorio XIII, e per il suo bellis­simo ingegno e profondo sapere nel maneggiare scalpelli e lavorare di bronzo, ebbe nell’eterna città copiose commissioni di fontane, depositi, e giardini; e dopo di aver servito il suddetto Sommo Pontefice, e Sisto V, fu da Papa Cle­mente VIII dichiarato Architetto Generale sopra le fabbriche da farsi.

Riprendendo l’ordine dei passaggi della Villa del Tagliolino, sappiamo dal Cav. Carocci che alla morte di Giovan Battista Landini, la medesima coll’annessovi podere, passarono per eredità nei di lui figli Bernardo e Niccolò Landini-Sassi; ciò che dev’essere avvenuto nella seconda metà del 16° secolo. Però non sappiamo per quale evento i suddetti fratelli al cognome Landini di famiglia, aggiunsero quello di Sassi. Invece troviamo che nel 17° secolo il podere e Villa del Tagliolino appartenevano alla famiglia fiorentina Sassi, o di Sasso, che ebbe la sua Casa in Firenze nel Fondaccio di S. Spirito, e che dal 1345 al 1528 conseguì nel Governo comunale di Firenze quindici volte il Priorato di Libertà ottenendolo: la prima volta nel 1345 Sassolo di Giovanni, e l’ultima nel 1528 Sasso d’Antonio. Ebbero per arme gentilizia «uno scudo a onde rosse in diritto traverso, nel campo bianco».

Giovanni di Sasso fu un famoso Caporale, e nel 1362 ebbe dalla Repub­blica fiorentina l’incarico di togliere, come fece, ai Pisani il Castello di Pietra-buona. Nel 1496 Antonio di Sasso fu dei Dieci di Libertà e Pace; e nel 1530 Sasso Sassi faceva parte di quel Magistrato de’ Dieci di Libertà e Pace, che fece impiccare Lorenzo Soderini, per avere ricevuto una Lettera e tenuto pra­tiche con Baccio Valori, Oratore[4] del papa presso l’Oranges.

Dal Gonfalone Leon Nero dell’anno 1741 a c. 416, e dal Catasto Descrit­tivo del 17.76, a c. 1313, si rileva che Sasso Sassi vendé due poderi con la Villa del Tagliolino al Conte Piero del Conte e Barone Giovan Michele di Messer Lorenzo Pierucci, per il prezzo di Scudi Fiorentini 1.846, pari a italiane lire 10.854,48 in ordine a Contratto del 17 Dicembre 1761 rogato dal Notaro Ser Giovan Andrea Crestini. Dei Pierucci si parla nella Contrada della Badia a Ripoli, tra i ricordi della Villa detta La Ciana, ovvero Le Colombaie.

Dopo circa 27 anni di possesso il Conte Pietro Pierucci rivende Villa e poderi a Benedetto d’Angiolo Mascagni, per il prezzo di Scudi 4.050 moneta fiorentina, rispondenti ad attuali italiane lire 26.814, in ordine a contratto dell’8 febbraio 1788, rogato dal Notaro Ser Artusio Scudellari.

Questa famiglia Mascagni è originaria del Castello di Chiusdino nella provincia di Siena, e gli appartiene quel Fra Arsenio Mascagni dei Servi di Maria, buon pittore, ed uno dei più celebri allievi d’Jacopo Ligazzi da Verona. Si notano tra le primarie opere del Frate Mascagni: un quadro grande nella Libreria di Vallombrosa, nel quale si rappresenta la storia della donazione fatta dalla contessa Matilde Marchesa di Toscana, a San Bernardo degli Uberti, del territorio della Vallombrosa leggendovisi l’anno 1609. Anche nel convento genobitico[5] [sic!] dei Santi Giusto e Clemente presso Volterra, detto la Badia, si vedono alcune sue pitture assai pregevoli. Nel Chiostro dei Morti del Convento e Basilica della S.S. Annunziata di Firenze, dipinse nell’ottava lunetta a sinistra entrando, il fatto della miracolata pittura della S.S. Annunziata; e nella decima lunetta, San Buonfigliolo che getta la prima pietra di questa insigne Basilica; ed in una stanzetta a lato della Sagrestia della Basilica medesima, vi sono tra gli altri due piccoli quadri, in uno dei quali il Padre Arsenio Masca­gni ha dipinto il Volto della S.S. annunziata, e nell’altro quello dell’Angiolo Gabbriello annunziarne; come pure per la Chiesa del Soppresso Convento di Santa Maria della Pace a Arcetri dipinse una bellissima tavola con l’Assunzione di Maria Santissima al cielo; ed è pure opera (sua il bel quadro della incoro­nazione della Beata Vergine, che si ammira nel magnifico soffitto della Chiesa Propositura[6] di Monsummano in Val di Nievole).[7]

Chi però ha maggiormente illustrato questa famiglia, è stato Paolo Masca­gni, nato a Castelletto presso Chiusdino nel Gennaio 1755 e morto in Firenze nel 1815. Fu insigne anatomico e naturalista, e a 22 anni d’età era già Pro­fessore a Siena. Nel 1801 fu chiamato a Firenze, come maestro di anatomia e di chimica nello Spedale di Santa Maria Nuova. Fu Socio dell’Architetto di Francia; e grandi obblighi hanno al Mascagni le scienze mediche, e l’anato­mia. Fu egli il primo a mostrare la struttura del corpo spugnoso dell’uretra; egli che accrebbe e rese tanto compiuta la bella collezione di preparazioni anatomiche in cera del Museo-Fiorentino; egli analizzò con infinito acume le acque minerali della Toscana. Dall’Accademia delle Scienze di Parigi essendo stato proposto per la terza volta il problema della dimostrazione dei vasi linfatici, il Mascagni inviò a tal uopo il prodomo di un’opera di maggior estensione, contenente 24 tavole in foglio, su quei vasi medesimi, e ne ritrasse straordinaria ed onori­fica ricompensa; fu annoverato tra i più eminenti anatomisti del secolo, e l’Opera fu stampata nel 1787, dedicata al Granduca Pietro Leopoldo.

Interessanti osservazioni pubblicò nel 1795 il Mascagni, fatte sui Lagoni del Senese e del Volterrano, con ricchissimi elaboratori della natura, nei quali trovò molti prodotti che appena il più esperto chimico saprebbe imi­tare; e sono poi degne di lode le tavole destinate all’ammaestramento d’a­natomia esterna, per uso dei pittori e degli scultori. E finalmente colla pubblicazione della Sua Anatomia Universale assicurò per sempre la gloria del nome suo.

Firenze, riconoscente, ne ha posto la sua statua scolpita in marmo, tra quelle dei cittadini illustri nella Loggia-museo degli Uffizi.

Avvertito ciò quanto alla famiglia Mascagni, e ritornando ai passaggi di proprietà della Villa del Tagliolino, notiamo che il 13 Luglio 1811 morì Benedetto Mascagni, e con suo testamento del 16 Settembre 1799 ricevuto nei rogiti del Notaro Dott. Alessandro Nencioni ne chiamò erede la propria figlia Orsola moglie del Dott. Pietro Bellucci, fratello questi del Dott. Luigi Bellucci, nativo e Medico Venturiere a San Domenico a Villamagna, che l’in­signe agronomo Ferdinando Paoletti Pievano di Villamagna nomina tra coloro che presenziarono la prodigiosa apparizione dell’anima della defunta Marianna Chiti nei Galli alla Pastorella Teresa Lippi nella Lettera Apologe­tica edita in Firenze nel 1800 con Tipi del Giglio.

L’Orsola Mascagni nei Bellucci morì il 15 Novembre 1841, e ne furono eredi i di lei figli Benedetto e Giuseppe del Dott. Pietro Bellucci, i quali per contratto del 3 Gennaio 1863 rogato dal Notaro Ser Vincenzo Guerri, essendo devenuti alle divise del patrimonio comune, la Villa in argomento, con i poderi denominati il Tagliolino di Sopra, il Tagliolino di Sotto, e la Casa, furono assegnati per sua quota parte a Benedetto Bellucci, il quale con Decreto Reale del 1884 fu autorizzato ad aggiungere a quello paterno, il cognome della madre, e dirsi: Bellucci-Mascagni.

Della famiglia Bellucci si parla nella Contrada di San Domenico a Vil­lamagna, tra i ricordi relativi alla Villa detta i Fagiolari; per cui qui ci limi­tiamo a dire che il 27 Aprile 1893 essendo morto Benedetto Bellucci, la Villa e poderi suddetti passarono in retaggio paterno ai di lui figli Pietro, Luigi e Orazio, che anche al presente li possiedono.


[1] Nota illustrativa n. 8 ca. 531.

[2] Nota illustrativa n. 9 ca. 531.

[3] Cenotafio: sepolcro vuoto eretto in onore del defunto.

[4] Oratore: ambasciatore.

[5] genobitico, nel manoscritto si legge questa parola, forse l’autore intendeva gnomonico,
da gnomone. Infatti davanti all’ingresso dell’oratorio si trova un interessante orologio solare pro­
gettato dal volterrano Giovanni Inghirami nel 1801: la luce, penetrando da un foro gnomico
praticato nella cupoletta di incrocio del transetto e proiettando il raggio solare su una linea meridiana di marmo bianco, segnata sul pavimento, indica per tutto il corso dell’anno le ore 12.

[6] Antico Toscano per Prepositura, termine ecclesiastico che indica la dignità, l’ufficio e
la sede del Prevosto.

[7] Nota aggiunta ca. 210.

Tabernacolo della BVM Lourdes

Nel suo venticinquesimo anno di sacerdozio e di ministero nella Parrocchia di S. Martino, cadenti entrambi l’11 ottobre del 1931, don Alcibiade Bartolucci di ritorno dal Pellegrinaggio a Lourdes, pensò di erigere, in ricordo del duplice avvenimento, presso la sua chiesa sul termine d’una viottola che ne guarda la facciata e corre tra ulivi e filari di viti, una cappelletta santuario dedicata all’Immagine Miracolosa.

Il luogo scelto non poteva più suggestivo. Uno spiazzo erboso, ombralo da un semicerchio d’alti cipressi s’affaccia e domina l’ampia vallata; alla lontana, sfumata quasi evanescente si scorge la corona delle alture fiesolane; all’intorno, l’impero dei campi, popolati qua e là da ville e da rustiche case coloniche. Eppoi il silenzio, che grava dolcissimo su tutte le cose, rotto di tanto in tanto dai trilli del fringuello.

Qui su questa scena idilliaca della campagna verde, venne inauguralo tre anni or sono il Tabernacolo.

Ed ora la bianca Signora di Lourdes è raccolta nella sua bella nicchia di pietra serena, cinta ai due lati da muri ornati di cancellata in ferro battuto.

L’opera è nata e si è fatta più bella, si può dire, giorno per giorno; e in questi giorni d’Agosto s’è quasi completata, mercè le amorose ed assidue cure di don Bartolucci.

La viottola che conduce al Santuario e allinea le artistiche stazioni della « Via Crucis » lavoro molto ammirato dello scultore don Ceri e del Prof. Piombanti – dedicate ad anime pie e benefiche, a Caduti in Guerra, è stata trasformata in un elegante vialetto colle sue prode erbose delimitate da liste di pietra. In ogni stazione splende una lampada votiva a luce perenne il cui impianto sarà inaugurato il 2 Settembre p. v., in occasione alle solenni feste del IV Centenario di fondazione della Ven. Compagnia del SS. Sacramento.

Ma il piccolo santuario della Madonna non si popola di fedeli soltanto nelle ricorrenze più tradizionali e cioè in quelle che cadono 1’11 febbraio, festa dell’Apparizione della Vergine di Lourdes in maggio e nell’ottobre Anniversario di fondazione del Santuario. Durante tutto l’anno si svolgono pellegrinaggi e processioni di numerosa folla proveniente anche dalle parrocchie vicine.

La Madre di Gesù ha sempre ai piedi del suo tabernacolo l’omaggio di fiori e di lumi, quali devota inestinguibile fede che alberga nell’anima semplice e sana di queste laboriose popolazioni.

Si celebrano in ogni stagione funzioni speciali presso la miracolosa immagine e, quanto prima, di fianco alla Madonna, fra due cipressi, si erigerà un pergamo per le prediche.

E queste funzioni divine, celebrate sotto l’immensità del cielo, fra i campi rigogliosi, sempre benedetti assumono un alto senso di poesia. Nella semplicità della natura i fedeli, raccolti e genuflessi, si sentono, certo più vicini a Dio.

 

Don Alcibiade Bartolucci

Via Crucis di San Martino

Quando Gesù Cristo compì l’ultimo cammino per la salita al Calvario, i suoi accompagnatori non videro in lui un delinquente condotto al patibolo o un innocente condannato a morte ingiusta; spettacoli abbastanza comuni da non spingerli a meditare al significato e all’importanza loro.

E le sue sofferenze sotto il peso della Croce svegliarono solo nei più intimi la pietà e il dolore per la perdita del figlio o del maestro. Ma non si raccese forse quel che Gesù Cristo con quella salita fu l’ultima e la più bella delle sue parabole, quella che non aveva bisogno di nessuna spiegazione in quanto ciascuno la riviveva di continuo per sé stesso e la portava scolpita nel cuore sino alla morte: la parabola della vita umana.

La Via della Croce spiega secondo il concetto cristiano il cammino dell’uomo lungo la via  della vita, e le stazioni dolorose son le tappe della sofferenza accettata e sopportata per l’amore di Cristo, lenita dalla rassegnazione e dalla speranza.

Sotto il segno della Croce che martoriò le carni dell’uomo-Dio, si raccoglie l’umanità sofferente purificata e innalzata che accomuna i suoi dolori a quelli del suo Salvatore.

Per venti secali di cristianesimo ogni vita umana ha ripetuto in migliaia di forme diverse con milioni di dolori differenti e non meno tragici e profondi anche se più leggieri, la passione divina.

Ogni uomo ha conosciuto il dolore e coloro che sono oppressi dalle sciagure e chi è caduto per un ideale e chi fu colpito nell’adempimento del dovere, tutti quanti trovano nella passione di Gesù Cristo del più grande martire della più nobile causa, il loro predecessore.

A somiglianza della mistica Via Crucis di Lourdes, si è adornato a S. Martino un viottolo campestre di fronte alla Chiesa con dei tabernacoli votivi che accoppiano       alla pietà religiosa anche un fine senso artistico dovuto al buon gusto di chi volle questa pubblica manifestazione di fede – E fra i nomi ai quali ciascun tabernacolo è dedicato, ce n’è dei ben noti ai popoli di S. Martino e della vicina Firenze, nomi di uomini la cui morte giustifica in modo commovente il mistico ravvicinamento con la passione di Cristo.